Falsi Argentina

A partire dal 2007 sono comparse su eBay numerose reliquie spurie, tutte messe in vendita da commercianti attivi in Argentina (o forse sempre dallo stesso personaggio mascherato dietro diversi nomi), che siccome presentano caratteristiche tipologiche comuni possono ritenersi opera di un medesimo falsario, quasi certamente attivo in questa stessa nazione.

Le presunte “reliquie” sono racchiuse o in piccole fiale cilindriche di vetro, o in teche rotonde di metallo argentato (alluminio?), con bordo liscio, senza appiccagnolo e senza coperchio posteriore, che ricordano quelle in uso specie nel nord Europa (Belgio e Olanda) nei decenni a cavallo tra XIX e XX secolo, tanto da poter essere considerate tipiche di queste zone.

Le fiale vitree, sigillate all’imboccatura con la ceralacca rossa, sono sempre accompagnate da un “documento di autentica” che sarebbe stato timbrato e firmato da mons. Fortunato Antonio Rossi, arcivescovo di Corrientes, in Argentina, dal 1983 al 1994.

Le teche, invece, oltre che dal già citato arcivescovo di Corrientes proverrebbero anche dalla Postulazione generale dei Domenicani e dalla Postulazione generale dei Redentoristi. Le teche sigillate dall’arcivescovo Rossi e dalla Postulazione generale dei Domenicani sono anche accompagnate dalle relative autentiche, mentre le teche sigillate dalla Postulazione generale dei Redentoristi ne risultano prive.

Qui si registra la prima stranezza. Infatti, nonostante vengano date come provenienti da tre distinte entità ecclesiastiche, queste teche appaiono tutte d’aspetto sempre perfettamente identico, sia per lo sfondo (un irrituale panno di lana bianco o bordeaux, anziché un tessuto di seta), sia per il semplicissimo e disadorno confezionamento, sia per il carattere a stampa e la tipologia dei cartigli identificativi. Sempre identici, anche se le teche dovrebbero essere state confezionate alcune a Roma e altre in Argentina, quindi a migliaia di chilometri di distanza le une dalle altre, appaiono anche il cordino di cotone un po’ sfilacciato e sbiadito usate per legarle nella parte posteriore, e il colore scuro della ceralacca usata per sigillarle.

Già il fatto che queste teche, tutte uguali, si trovino “casualmente” nelle mani di uno stesso venditore sarebbe dovuto risultare subito sospetto. Ma la probabile falsificazione diventa certezza quando si esaminano queste teche e le rispettive “lettere di autentica” nei loro dettagli.

Anzitutto, né la Postulazione generale dei Domenicani né la Postulazione generale dei Redentoristi hanno mai fatto uso di simili teche rotonde, irreperibili sul mercato italiano. Inoltre, non ha alcuna somiglianza con quello effettivamente utilizzato da Domenicani e Redentoristi, nel periodo dichiarato dalle autentiche, neppure il modo con cui queste teche sono state confezionate.

Non a caso, perciò, nonostante le autentiche risultino tutte datate tra il 1985 e il 1986, i cartigli identificativi delle relative teche risultano essere state realizzate con la stampante di un computer, cioè con una tecnica che in quel periodo ancora non esisteva, rivelando con l’anacronismo la loro evidente falsificazione. Infine, se si prende in esame il latino utilizzato sia per i cartigli identificativi delle reliquie, sia per le lettere di autentica, si scoprono infiniti errori assolutamente impensabili da parte di ecclesiastici dotati di una minima istruzione.

Ad esempio, in una teca che dovrebbe provenire dalla Postulazione generale dei Domenicani sarebbero contenute reliquie di Santa “Catalina Senensis” e di Santa Chiara d’Assisi: la forma “Catalina”, anziché “Catharina”, rappresenta la scorretta latinizzazione del nome “Caterina” come viene pronunciato in lingua spagnola, cosa che già da sola sarebbe sufficiente a rivelare la lingua e quindi la nazionalità del falsario.

Ancora, in uno dei tubetti vitrei che si vorrebbero autenticati dall’arcivescovo di Corrientes, sarebbe contenuta una reliquia “Sancti Franciscii”, anziché “Francisci”, forma corretta del nome latino declinato al genitivo singolare.

Per concledere, una teca attribuita dal sigillo alla Postulazione generale dei Redentoristi racchiuderebbe reliquie “Sanctae Perpetuae Martyris” (e qui il latino è giusto, correttamente declinato al genitivo femminile singolare) e “ Sanctae Felicitas (!) Martyris”, dove il nome, erroneamente, è stato lasciato al nominativo femminile singolare. Oltre a quelli linguistici, neppure mancano gli errori squisitamente teologici. Una teca che sarebbe stata sigillata dalla Postulazione generale dei Redentoristi conterrebbe, stando al suo cartiglio identificativo, una reliquia di San “Ligorio”, presumibilmente Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, fondatore della stessa Congregazione: qui risulta evidente come a confezionare la teca e a redigere il relativo cartiglio non possa essere stato un ecclesiastico, il quale, infatti, non avrebbe mai commesso l’errore di citare il solo cognome di un santo e non il suo nome di battesimo, che dal punto di vista cristiano rappresenta l’elemento in assoluto più importante.

Gli stessi errori gravissimi di latino si riscontrano anche sulle autentiche che di conseguenza, per quanto abilmente imitate (si noti come per stampare quelle dell’arcivescovo Rossi sia stata usata, accortamente, non la stampante di un computer ma una macchina da scrivere elettronica, come appunto si usava alla metà degli anni Ottanta), devono essere a loro volta considerate miserabili falsificazioni.

Aggiornamento 11 ottobre 2008
Finora mi era rimasto un dubbio, che finalmente sono riuscito a sciogliere. Mi chiedevo infatti: dove le avrà trovate, il falsario argentino, quelle teche rotonde di tipo olandese o belga antico, che ha usato per realizzare i suoi imbrogli? Si capiva che non erano teche nate per custodire reliquie, ma non avevo ben chiaro cosa fossero state in origine. La risposta è arrivata stamattina, per caso. Basta dare un'occhiata a questa inserzione: 220289843430. Le "teche rotonde" dei "falsi argentina", insomma, non erano altro che scatolette per bottoni gemelli, adeguatamente riadattate...

GUIDO